NON CI HANNO VISTI ARRIVARE Riflessioni sul nuovo PD (3)

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È bene precisare, a questo punto, che gli spunti motivazionali di quel Partito Democratico, messo in campo -in primis- da Romano Prodi, sono sempre stati due.

 

E la recente scomparsa del Sen. Bruno Astorre (rip) con il cordoglio dei suoi veri referenti nazionali -Romano Prodi e Dario Franceschini- ci dovrebbe rendere più consapevolmente informati e maturi su di una identità politica che non può più essere ignorata.

 

La verità è che il PD non è più il vecchio PCI, almeno dal lontano 1996: quelli che lo negano sono disinformati, o peggio in assoluta malafede.

 

Perché questo partito è risultato di un vero assemblaggio politico: tra quel popolo che cantava Bandiera rossa e friggeva le salamelle alle Feste dell’Unità con quello di chi aveva in Aldo Moro e Benigno Zaccagnini i propri referenti principali.

 

Informati così più correttamente i giovani sull’attuale scena politica e su quello che è oggi il dibattito della Sinistra Italiana, non possiamo sorvolare su una discriminante politica che attraversa (da sempre in questa II Repubblica) proprio il PD.

 

Dove esso può opzionare tra lo slancio forzosamente estremista di sinistra, ovvero per la più moderata, popolare e financo liberale, oasi centrista.

 

A guardar bene tra lo spirito troppo estremo della “gioiosa macchina da guerra” di Achille Ochetto, che portò alla sconfitta del 1994 e quello più… blairista, che fece trionfare Matteo Renzi nelle ultime elezioni europee.

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