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“Il superbonus è costato 2000 € a persona” ha detto Giorgia Meloni -in format ragioniere apolitico- ribadendo che lo Stato non può più sostenere tale spesa.

 

Una storia che ebbe inizio il 19 maggio 2020 con il governo Conte II (M5S-PD) che varò la misura: consistente in tutta una serie di meccanismi di agevolazione (in primis detrazioni e rimborsi diretti) per agevolare interventi edilizi su costruzioni e infrastrutture e capaci di migliorarne l’efficienza energetica.

 

Quel decreto venne criticato -ma non tolto- dal governo Draghi: comportando a tutto ottobre 2022 un costo per le casse dello Stato pari a 60,5 miliardi di Euro.

Anche la Corte dei Conti intervenne nel 2022 bocciando la misura.

 

Essa, in sostanza, consiste in una forma di detrazione/compensazione fiscale del 110% sulle spese sostenute.

 

La legge n.77/2020 all’art.119 (incentivi alla efficienza energetica) varò una misura che era -di fatto- “scavalca banche”: nel senso che instaurava un rapporto diretto tra cittadini/imprese con lo Stato, di fatto scavalcando gli istituti creditizi.

 

Quelli che stavano già banchettando per la bocciatura della cartamoneta con il passaggio alle carte di credito in chiave anti evasione.

Un potere quasi dittatoriale per quanto concerne i movimenti economici che fa ogni essere italico.

Gli stessi soggetti avevano interpretato come uno sfregio la norma “verde”, non mancando di mettersi di traverso in troppi casi.

 

Di tal guisa, partì subito una colossale azione lobbistica che ha portato -la settimana scorsa- a far alzare bandiera bianca al governo Meloni che -a maggioranza nel CdM, Forza Italia contraria- ha decretato la fine di quella norma rivoluzionaria.

 

La malattia strategica di Giorgia Meloni ha fatto il resto, facendo pronunciare al leghista Giorgetti la parola “FINE”.

 

Motivazione: non siamo più in grado di cavalcare un destriero imbizzarrito.

 

“Una politica scellerata”, ha declinato l’occhialuto ministro, “che ha prodotto benefici solo per alcuni”.

 

Tra cui i costruttori che, annunciando la crisi per ben 370.000 cantieri e 20.000 aziende, hanno messo a rischio 100.000 posti di lavoro.

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