LA FINE DELLA POLITICA

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L’agnostico qualunquista potrebbe dare senso commerciale (vendita al miglior offerente) alla frase che “il liberale non è né di destra né di sinistra”.
Ma questo concetto -in realtà- significa una metodica analitica dei fatti del tutto libera da preventivi posizionamenti che molti partiti (anche coalizzati) hanno prima di compiere ogni scelta.
Che ha nel cittadino, in definitiva, il referente finale; punto comune
teoricamente a entrambe le versioni.
Oggi è oltremodo difficile votare, ad esempio, per qualsivoglia partito nella attuale fase di politica internazionale… a prescindere dai fatti concreti.
Il sistema maggioritario insomma condiziona troppo le decisioni politiche: spesso comprimendole dentro gabbie dominate dal più forte.
Ciò accade in modo particolare a destra: in quello schieramento in cui oggi pare essere Giorgia Meloni l’ufficiale… “pretendente al Trono”.
Fino a ieri, invece, era Salvini il Preferito: che divenne un gaudente vicepremier con i deludenti risultati ciascuno di noi ha toccato con mano nei governi gialloverdi Conte I°e II°.
Per la verità la dobbiamo a Silvio Berlusconi questa infelice… intuizione calcistica (“chi ha un voto in più comanda”, ndr.).
Una genialata da Casinò questa, che può essere letale: perché -ad esempio- il borghese moderato, magari nato in una buona famiglia antifascista, liberale o cattolica, non ha proprio nulla a che spartire col DNA del Candidato pro-tempore di turno -Giorgia Meloni- solo perché lei vanta (nei sondaggi, ndr) un voto in più degli altri due.
Si troverebbe, il Tapino, costretto a disertare il voto per non incensare l’altro estremista.
Perché se -all’opposto- ottenesse un voto in più “Liberi e Uguali”, “Sinistra Italiana”  o “Sinistra Ecologia e Libertà”, il Nostro si  trovrebbe di fronte a un problema…
Gradirebbero gli elettori, ad esempio, l’opzione di scelta “Stefano Fassina contro Giorgia Meloni”?
O se ne starebbero a casa propria?
Per carità, due persone ammodo tutte e due -puntualizziamolo- queste, ma chè per i loro trascorsi ci parrebbero del tutto inadatte a mediare un Governo tra diversi e pure tra avversari.
Non solo perché le contese si giocano al centro, ma perché il Presidente del Consiglio dovrebbe avere forte capacità di ascolto, di buona mediazione e -se del caso- anche di rinuncia verso gli avversari.
Eppoi tratteggiare la composizione tra opposti: se -come fa oggi Mario Draghi- il nostro Paese dovesse aver bisogno di un supplemento d’anima unitaria, che ciascheduno deve dare in modo disinteressato, con totale spirito di servizio.
“Servire” il Paese significa proprio questo.
Non solo…avere un voto in più!
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